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Torino: Conversazioni con l'autore

Presentazione del libro di Donna D'Oldenico

Metti una sera a Torino, per partecipare alla presentazione del terzo romanzo di Giovanni Donna d’Oldenico, medico del lavoro, sposato con Carmina, padrone di una coppia di border collie. E papà di nove pargoli, dai 22 ai 2 anni. Sei maschi che dormono su un soppalco, stesi con il loro saccopelo, pancia e schiena a terra, magnifica camerata di soldati freschi di leva. E tre ragazze, privilegiate da una cameretta tutta per loro. Suonano i ragazzi e a ciascuno il suo strumento. C’è chi si esercita al pianoforte a coda, chi alla viola, chi al flauto traverso. Giuseppe, il numero 6, è anche dotato di un singolare genio matematico: ti sa dire in un attimo se il 27 di aprile del 2058 sarà un lunedì o un giovedi. Sulla porta di casa uno di solito ci appende il suo patronimico. O se proprio non ci tiene, ci mette un numero. Sulla porta di casa d’Oldenico, invece, nessun numero e niente nome. Bensì, leggiamo, “DOMINICI SCHOLA SERVITII”, SCUOLA DI SERVIZIO DEL SIGNORE, una frase della regola di san Benedetto. Ma è una casa o un monastero? Decisamente il secondo. Un monastero laico, allegro, pimpante, dove un uomo, una donna e il resto della grande tribù aprono le loro affaccendate e gloriose giornate con la sveglia alle sei del mattino, la colazione, l’Angelus, e poi via, ciascuno al suo lavoro. Altro momento fisso è la sera, attorno alle 22, quando gli undici (più eventuali ospiti, come il marocchino Walid che per una decina d’anni è stato un d’Oldenico in affido), si ritrovano a recitare compieta (in latino), a leggere un articolo di giornale (spesso tratto dal Foglio, talvolta da Tempi, e, può capitare, perfino dalla Stampa) e a compulsare l’immancabile pagina di storia della Chiesa. Ma dicevamo del romanzo: “Dodici”, edito da Marietti 1820, è il terzo pubblicato dal nostro pater familias di antica casata piemontese. Dotata di arguzia sopraffina e genio fantasy, la narrazione ci immerge in sacri riti e profani macelli, che avvengono in un mondo diviso in due regni: quello dei Territori, abitato da Barbari che vivono innamorandosi e facendo figli nel letto invece che nelle macchine per la riproduzione, come succedeva ancora ai tempi dell’Antica Leggenda (e un monastero benedettino nasconde forse l’ultimo Papa); e Repubblica, moderna “civiltà” prometeica, dove anche il piacere è graziosa concessione di Stato e ciascuno ha un’identità elettronica passibile di essere revocata da un potere sempre incombente, all’apparenza democratico e in realtà ferocemente oligarchico. Lo stesso grigio potere che si accinge a creare il primo uomo prodotto interamente in laboratorio, lo spirito dell’Anticristo.Insomma, una godibilissima miscela di bensoniano “Padrone del mondo” e “Seme inquieto” alla Burgess, terre di Narnia di lewisiana memoria e resistenza umana incarnata dagli uomini dell’Antica Leggenda: cristiani combattenti e cristiani oranti, cristiani contrabbandieri e cristiani amanti. Sorprendente che, da un autore e per un libro così, all’incontro organizzato all’istituto scolastico san Giuseppe dal Centro Culturale Pier Giorgio Frassati e dall’Associazione per le attività educative e culturali (AEC), siano accorsi per passaparola molti giovani. Al punto che si è dovuto aprire il teatro del collegio san Giuseppe per accogliere il numeroso pubblico accorso. A sentire e a vedere chi? A sentire e a vedere l’io narrante di un padre, medico e scrittore. E poi uno dice che la famiglia non ha più appeal (o, almeno, così dicono a Repubblica). Mentre perfino a Torino, tra i barbari che custodiscono certi territori, pare sia ancora chestertonianamente appurato che la famiglia è il test della libertà («perché è l’unica cosa che l’uomo libero fa da sé e per sé»).Twitter: @LuigiAmicone


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