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Forlì: Il nome di Dio è Misericordia

Testimonianze nell'Anno della Misericordia

Il Centro Culturale "La Bottega dell'Orefice" è stato tra gli organizzatori dell'incontro dal titolo " Il nome di Dio è Misericordia", testimonianze nell'Anno della Misericordia.

Sono intervenuti
Enzo Zannoni, cappellano della Casa Circondariale di Forlì
Marco Maltoni, direttore dell'Unità di Cure Palliative dell'Ausl Romagna
Jonatha Ricci, responsabile della Capanna di Betlemme di Forlì

Cronaca dell'incontro
Si è svolto domenica 18/02 di fronte a un centinaio di persone l’incontro organizzato dal centro culturale “La Bottega dell’Orefice” dal titolo “Il nome di Dio è Misericordia – testimonianze nell’anno della Misericordia”. Don Enzo Zannoni, cappellano del carcere di Forlì, ha raccontato come lo scorso anno si sia celebrata per la prima volta a Forlì la lavanda dei piedi ed è stata la prima volta che tutta la popolazione carceraria è stata tutta insieme compresi i sex offender di solito isolati e da adesso la messa sarà una sola in carcere. Don Enzo ha raccontato come il suo modo di stare in carcere sia cambiato dopo aver sentito dire al Papa: “potrei essere tranquillamente al loro posto” e ha espresso il desiderio di sentire il bisogno della conversione come lo sentono i carcerati: tra le prerogative messianiche viene annunciata la liberazione ai prigionieri non solo come fine pena, ma innanzitutto come accettare se stessi e sentirsi perdonati. Il Dott. Marco Maltoni, direttore dell’unità di cure palliative e ha parlato del suo lavoro dove, ha detto, come in qualsiasi lavoro, deve essere presente un aspetto di gratuità. Non si può identificare una persona con la sua prognosi, con la sua malattia. Nell’hospice deve accadere questa misura nuova. La misericordia per accadere deve trovare un varco e il Dott. Maltoni testimonia come questo nell’hospice succeda. Le persone vengono spostate dalla materialità alla domanda del perché, del bisogno di essere amati. In Hospice accadono battesimi, matrimoni, confessioni. C’è una misericordia in atto in tanti che accudiscono i loro cari, ma occorre farsi colpire e non lasciarsi portare via dalla quotidianità. Quando accade questo cambia il giudizio sulla realtà, si giudica in un modo che è impossibile senza la Misericordia. Alcuni esempi: a un imprenditore che voleva organizzare il suicidio assistito il dottore ha detto: “non è meglio che usi questo tempo per stare coi suoi e per una crescita sua?” Qualche giorno dopo il paziente gli ha detto: “ Dottore ho svolto il compito?”, questa persona ha sentito su di sé questo sguardo di misericordia ed è così, dice Maltoni che viene riflessa a me. Oppure una signora sedata il cui marito non riesce a entrare nella stanza e vede le operatrice che entrano, la trattano normalmente e coì anche il marito ricomincia a trattarla come persona. Oppure Peppino che per gratitudine organizza una cena fuori con amici e parenti (esito di un giudizio, Gesù presente tra noi), o ancora Massimo che ha vissuto l’hospice come preparazione all’incontro con Gesù, dalla sua stanza era difficile uscire. Quando Maltoni gli ha detto: “ Sei un grande uomo” lui ha risposto: “No, sono un uomo amato da Gesù”. La malattia diventa da sentenza compimento. Infine una signora che chiede: “passerò dal sonno alla morte?” Guardando il crocifisso il dottore le dice “passerà dal sonno a Gesù!” Lei è passata dalla paura allo stupore. Jonatha responsabile della Capanna di Betlemme di Forlì che accoglie e dà una casa agli ultimi, è partito dal papa Francesco che ha scelto di aprire la porta a Bangui, nelle periferie, presso i poveri, per dare speranza e successivamente tante altre per dare a tutti la possibilità di attraversarle. La capanna di Betlemme è una capanna dove Gesù può nascere, dove se uno bussa, la porta viene aperta. E anche per Jonatha quella è casa sua, i poveri sono la sua famiglia. Non chiede cosa uno ha fatto, se no, dice, non accoglierei l’uomo, mi fermerei al suo peccato. Incontra tante persone “normali”, separati, gente che ha perso il lavoro per la crisi. Non siamo mica tanto diversi! Come il padre separato senza lavoro che si stava lavando i piedi nel bagno del lavandino perché doveva incontrare i figli, per mantenere un minimo di dignità. Oppure un altro che non stava bene e per le cure debilitanti non poteva trovare lavoro e che poi si è ripreso . Tutti questi non avrebbero trovato accoglienza, perché il limite non è dell’altro ma è il nostro che non riusciamo ad accogliere. Tante persone vengono accompagnate anche nell’ultimo tratto della vita: immaginate morire da soli? Come un rapinatore alcolizzato che ne aveva combinate di tutti i tipi e dormiva in un parcheggio. L’hanno tirato su e tenuto con loro come una famiglia fino alla fine, perché aveva diritto a essere amato. Oppure un altro che dormiva nello stesso parcheggio con i suoi due figli, nessuno ha avuto pietà di loro dopo lo sfratto e da vedovo non era riuscito a mantenere la famiglia, finchè è morto. E’ giusto che uno muoia da solo per strada? Da lì è nata la Capanna, lui è stato il vero fondatore.

Di fronte a queste testimonianze non può che nascere una grande gratitudine e la certezza che queste esperienze possono essere per tutti, perché al di là delle apparenze tutti viviamo nelle periferie tanto care al papa che siano l'ufficio, l'aula scolastica o la propria casa


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