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Milano: Il figlio dell'altra

Proiezione del film di di Lorraine Lévy

Prosegue il cineforum del "Circolino" con la proiezione del film "Il figlio dell'altra" di Lorraine Lévy (2012)

Riflessioni a caldo dopo la visione di "Il figlio dell'altra"
Da un’idea originale, un film che ha il pregio di descrivere senza enfasi e con grande sensibilità il conflitto israelo-palestinese, ma soprattutto offre una concreta via d’uscita, forse l’unica realmente possibile, perchè basata sulla consapevolezza di condividere un destino comune.
E’ una divisione molto profonda quella rappresentata nell’opera, tra due popoli radicalmente diversi per religione e per livello di benessere raggiunto, l’uno proiettato nella società dei consumi occidentale, l’altro tuttora ancorato a modelli sociali arcaici e agro-pastorali.
La regista però non si ferma ad una, sia pura oggettiva e acuta, analisi sociologica o politica, ma è più interessata a identificare gli elementi che rendono possibili, anche in quella situazione incancrenita, un modello di convivenza umana.
La parabola dei due figli scambiati alla nascita rappresenta infatti più in generale la condizione universale di tutti gli uomini, che nascono sempre uguali e dunque “fratelli”, ma vengono poi divisi da circostanze e sovrastrutture esterne alla loro umanità, che possono arrivare anche a metterli addirittura uno contro l’altro, come appunto nel caso di questi popoli sfortunati.
Il film è dunque un accorato appello a riscoprire i tratti della propria umanità, come modalità per scongiurare quell’inevitabile scontro, alimentato da posizioni ideologiche contrapposte, che, in questo caso, arrivano persino a condizionare anche le rispettive religioni, viste qui più come attestazione di un’appartenenza etnico-culturale, che come possibilità di risposta personale alle proprie esigenze fondamentali.
E’ interessare notare come non siano soltanto i due ragazzi, anzi i tre “fratelli”, a scoprire progressivamente che il loro comune destino di uomini è radicalamente più importante delle loro appartenze etnico-religiose, ma anche le due madri, colpite dalla stessa drammatica circostanza, si ritrovano ad affrontare un analogo percorso umano, che le porterà a condividere uno stesso cammino fino ad arrivare a scambiarsi una stima reciproca.
Secondo la regista, che ha trascorso molto tempo in Medio Oriente e quindi ha potuto incontrare direttamente lo spaccato di società che viene qui raccontata, la speranza di pace passa prima di tutto dalle nuove generazioni e dalle figure femminili, viste come soggetti meno condizionati dal sentirsi in dovere di sostenere di una propria posizione ideologica.
I due padri sono infatti bloccati dalle proprie convinzioni politiche e fanno molta più fatica ad accettarsi, come ben illustrato nella scena in cui, bevendo un caffè insieme al bar, se ne stanno muti, senza neppure riuscire a scambiare una parola.
L’unità è dunque sempre possibile, pur in uno scenario segnato da questo alto muro, così incombente e minaccioso, purchè si riparta dalla riscoperta della propria fondamentale comune natura umana, che condivide la stessa aspirazione di felicità, lo stesso bisogno di pace e di solidarietà, come nella bella scena finale, dove il fratello inizialmente più ostile salverà la vita proprio all’ (ex) “nemico ebreo”.

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