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Milano: La ragazza senza nome

Proiezione del film di di Luc e Jean-Pierre Dardenne

Il "Circolino" ha organizzato la proiezione del film "La ragazza senza nome" di Luc e Jean-Pierre Dardenne. Jenny Davin è una giovane dottoressa molto stimata al punto che un importante ospedale ha deciso di offrirle un incarico di rilievo. Intanto conduce il suo ambulatorio di medico condotto dove va a fare pratica Julien, uno studente in medicina. Una sera, un'ora dopo la chiusura qualcuno suona al campanello e Jenny decide di non aprire...

Riflessioni a caldo dopo la visione di "La ragazza senza nome"
La dottoressa Jenny Davin dedica tutta la sua vita con ammirevole totale impegno alla cura dei suoi pazienti, mossa da una sorta di potente imperativo morale, che ne condiziona tutte le sue attivita’, fino a impedirle di avere una normale vita privata.
Questa stessa esigenza di perfezione la pretende anche dal suo giovane stagista, cui rimprovera un’eccessiva partecipazione emotiva al dolore dei pazienti, che ne comprometterebbe la lucidita’ e l’efficacia operativa.
Ma questo castello di perfezione viene meno quando, proprio per un eccesso di zelo nel rispettare le regole di funzionamento dell’ambulatorio, provoca involontariamente la morte di una giovane prostituta di colore, che, inseguita dal suo aguzzino, chiedeva disperatamente di poter entrare nel portone.
Il senso di colpa che nasce da questo tragico episodio la spinge allora a un’ulteriore estrema focalizzazione sulla sua missione medica, che la porta a rifiutare un’allettante proposta di lavoro in un prestigioso ospedale e a trasferirsi nel suo ambulatorio, in uno dei quartieri piu’ poveri di Liegi, per essere piu’ vicina ai malati, senza piu’ alcun limite di orario.
La ricerca dell’identita’ della ragazza uccisa diventa allora una vera e propria ossessione, una sorta di percorso di espiazione per liberarsi dal senso di colpa o, quantomeno, per cercare di condividerlo con gli altri personaggi che l’hanno incontrata, per rendere forse piu’ sopportabile il pensiero che proprio lei, che avrebbe dovuto difendere la vita, ha, seppure involontariamente, provocato la morte di un’innnocente, come spiegano I registi, i fratelli Dardenne, in una loro recente intervista http://www.comingsoon.it/…/la-ragazza-senza-nome-in…/n60892/.
Ma questa encomiabile tensione alla ricerca della verita’ per dare degna sepoltura alla ragazza sconosciuta, questo impegno infaticabile nei confronti dei malati piu’ bisognosi, viene messo in atto in una costante fredda solitudine, che ben si sposa col paesaggio monotono e cupo della grigia e dolente periferia urbana di Liegi.
Infatti la dottoressa Jenny e’ tutta protesa in una professionale e attenta missione nei confronti del prossimo, agisce con inesorabile determinazione, ma senza letizia, quasi si sentisse in dovere di farsi carico, tristemente sola, di tutto il dolore che la circonda, senza potersi fare aiutare da nessun amico, senza potersi paragonare con nessuna compagnia, con nessuna esperienza umana condivisa.
Nel quadro di una fredda e asettica morale laica tutto e’ infatti lasciato all’eroica responsabilita’ del singolo, che puo’ contare solo sulla sua coerenza personale e quindi e’ destinato ad operare necessariamente in solitudine, senza il conforto e la guida di un comune cammino al destino.
Ma c’e’ un episodio in cui il volto della protagonista lascia per un momento la sua maschera fredda e professionale e si abbandona a un dolce sorriso liberatorio e finalmente lieto: accade nell’abbraccio con la sorella della defunta, anch’essa “colpevole” di aver provato un inconfessato sentimento di gelosia nei confronti della sorella stessa.
Nell’istante di quel loro commovente incontro riconoscono infatti che il loro “peccato” non e’ un limite alla loro umanita’, ma anzi diventa un’occasione per riscoprirla, per condividere una piu’ profonda possibilita’ di prossimita’, nel dolore si’, ma soprattutto nella consapevelozza di poter essere perdonate.
E’ interessante notare come una certa critica (vedi ad es. la recensione di Goffredo Fofi sull’Internazionale), pur apprezzando il forte impegno sociale del film, ne abbia evidenziato la potenziale deriva verso una “certa spiccata visione cattolica”, con il conseguente “rischio di scaricare le coscienze (di liberare dalle responsabilità) con l’abuso rituale della confessione”.
Ma, al contrario, e’ proprio dalla consapevolezza di poter perdonare il proprio peccato, di non farsi definire dal proprio inevitabile limite umano, che, come mostrato nell’abbraccio finale tra le due donne piu’ direttamente colpite dalla tragedia, possono nascere le condizioni per un nuovo rapporto positivo e tenero con la realta’ e con il prossimo, in cui proprio la letizia ne e’ il principale sintomo rivelatore.

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