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La questione

1968-2018. Vogliamo tutto

E’ stato molto partecipato il 22 novembre l’ incontro sul ’68 all’Auditorium del Centro Civico promosso dal Centro Culturale A. Portaluppi: è iniziato con il ricordo commosso del professor Gianfranco d’Ambrosio, fondatore del Centro e figura indimenticabile nel panorama culturale trevigliese, che ci ha lasciato recentemente. Gradito ospite è stato Aldo Brandirali, politico ed educatore, che ha appassionato il pubblico raccontando la sua esperienza degli eventi di quegli anni. L’incontro è stato introdotto richiamando il clima sociale e culturale degli anni ’60 e gli eventi storici principali che ne permettono una migliore comprensione.
Fine della guerra mondiale, ricostruzione, crescita economica,società del benessere: sono queste le coordinate storiche in cui matura la contestazione studentesca. E’ l’epoca delle prove di distensione, di Kennedy e del Concilio Vaticano II, della cultura beat, dei Beatles; soprattutto è l’epoca del boom economico. Negli anni ’60 l’economia attraversa un periodo di sviluppo eccezionale, tanto che il benessere fatto dalla vettura utilitaria dal frigorifero dalla lavatrice e dalla TV, è un dato acquisito; il mito del progresso attecchisce velocemente e i beni di consumo appaiono strumenti indispensabili alla realizzazione individuale.
Ma nel contempo il consumismo altera la percezione dei bisogni: i desideri sono più facilmente omologati. Ben presto il desiderio consumato ne rivela il carattere effimero, favorisce insoddisfazione. Herbert Marcuse parla di alienazione e di mercificazione dell’uomo. Il ’68 matura sul terreno della critica al consumismo, che ha eletto a valore assoluto la soddisfazione di bisogni limitata e circoscritta nei confini di uno stile di vita. Negli anni ’60 la gioventù è in fermento, nasce un mondo giovanile ormai inaccessibile al mondo adulto; dopo qualche anno i giovani si mobiliteranno quasi fossero una categoria sociale che si distingue e si oppone al mondo adulto.
Nel 1968 si assiste a una escalation e radicalizzazione degli eventi: già da qualche anno risuonano gli slogan del movimento pacifista americano. Il primo vero colpo di acceleratore arrivò il 30 gennaio: in Vietnam scatta l’offensiva dei Vietcong che suscita entusiasmo tra gli studenti che scendono in piazza per chiedere la fine della guerra. Il 1° marzo la guerriglia urbana che vede a Roma fronteggiarsi studenti e forze dell’ordine (la battaglia di Valle Giulia) segna il definitivo sdoganamento della violenza come mezzo di contestazione all’interno del Movimento studentesco italiano. Nelle settimane seguenti in Polonia vengono arrestati centinaia di studenti che manifestano per la libertà di espressione mentre in Gran Bretagna il governo reprime le manifestazioni giovanili per il Vietnam. Negli Stati Uniti l’assassinio del leader del Civil Rights Movement Martin Luther King nell’aprile ’68, e in giugno quello del senatore Bob Kennedy candidato alla presidenza, segnano per molti giovani il fallimento del pacifismo come metodo di lotta per i diritti civili e l’insorgere nelle università di movimenti violenti quali le Black Panthers. L’11 aprile a Berlino viene ferito il leader del movimento studentesco Rudi Dutschke appena rientrato da un incontro con gli studenti universitari cecoslovacchi protagonisti della “primavera di Praga”; i contestatori tedeschi chiedono conto a genitori politici e docenti delle implicazioni con il nazismo, mettendone in discussione il ruolo e l’autorità.
Con il maggio francese, anticipato dall’occupazione dell’università di Nanterre, la protesta degli studenti si sposta dai campus alle strade cittadine; dalle barricate del quartiere latino di Parigi la contestazione sfida gli assetti istituzionali del paese suscitando vasta eco nel mondo.
Se la rabbia degli studenti era globale, le reazioni dei governi furono molto diverse. Lo scoprirono amaramente gli studenti oltre cortina. Alle 23 del 20 agosto la Cecoslovacchia viene invasa dai carri armati russi : la primavera era finita, e una ondata repressiva iniziò a colpire tutti gli intellettuali dissidenti nel resto del Patto di Varsavia. Jan Palach si immola a testimonianza dandosi fuoco per protesta in piazza san Venceslao.
Gli eventi furono globali, ma in effetti, aldilà delle somiglianze e di tanti aspetti in comune, vanno messi in evidenza due tratti di netta differenziazione tra il movimento dell’ovest e quello dell’est: all’est viene immediatamente rifiutata qualsiasi deriva violenta e viene esclusa in partenza qualsiasi opzione ideologica.
Comunque sia, un vento potente si era abbattuto sulla società e sui giovani in particolare, sollevando le grandi questioni: la domanda sul senso del vivere, il bisogno di libertà da ogni conformismo, la necessità di costruire una unità basata su rapporti nuovi. Ogni cosa era messa a tema con urgenza e criticità.
Nel grande spazio generato da queste domande si attendeva una risposta sincera e totalizzante…,ma da chi? Di colpo, davanti a una incapacità di trovare una risposta adeguata, quello che sembrava un fiume in piena in procinto di travolgere tutto e di cambiare il volto delle cose, si disperse in molti rivoli, portando al dissolvimento del desiderio o alla sostituzione di esso con una ideologia che prese la forma del laicismo o della violenza anche armata. Così quel momento è rimasto nel tempo come ricordo nostalgico.
(Centro Culturale A. Portaluppi)

Conlusioni di Aldo Brandirali
Che dire al termine di questo intenso incontro? Non un giudizio sommario, ma una capacità di interrogarci abbiamo capito; un partire dall’essere per lasciarci provocare dalla realtà.
Ci ha introdotto la canzone di Bob Dylan Blowing in the wind, composta nel 1963 : le domande poste da Dylan erano le stesse di una intera generazione di cui abbiamo parlato , era la preghiera laica per chiedere la grazia necessaria in quel momento.
Quante strade deve percorrere un uomo prima che lo si possa chiamare uomo? …e quanti anni possono vivere alcune persone prima che sia permesso loro di essere liberi? Quante volte un uomo deve guardare verso l’alto prima che possa vedere il cielo? Quante orecchie deve avere un uomo perché possa sentire la gente piangere? The answer is blowing in the wind La risposta soffia nel vento. E’ una canzone che esprime un senso religioso: allinea domande sul senso della vita, evoca simboli universali come il mare, la montagna, il cielo, la morte, la strada, il vento.
Così disse Giovanni Paolo II in piazza a Bologna nel 1997 poco dopo aver ascoltato la lettura in traduzione di Blowing in the wind “Poco fa un vostro rappresentante ha detto, a vostro nome, che la risposta alle domande della vostra vita sta soffiando nel vento. E’ vero! Però non nel vento che tutto disperde nei vortici del nulla, ma nel vento che è soffio e voce dello Spirito, voce che chiama e dice “vieni!” Mi avete chiesto: quante strade deve percorrere un uomo per potersi riconoscere un uomo? Vi rispondo: una! Una solo è la strada dell’uomo, e questa è Cristo, che ha detto “Io sono la via”.