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La questione

La Luce della Pasqua di Giovanni Testori

Cosa innerva, cosa spinge e tende la vita dell’uomo se non la speranza? E in cosa consiste quest’infinita, straziata incolmabile speranza se non nel raggiungere il senso, la ragione e il significato dell’esistenza medesima, cioè a dire la sua verità prima ed ultima, la sua verità inamovibile e assoluta, insomma la sua verità eterna? Tutta la storia dell’uomo, ove pure si presenti in forme distorte e blasfeme, s’è mossa e si muove su quest’asse e in questa direzione; e se precipita nell’abisso, è solo perché s’affatica ad andare contro se stessa e tenta, senza esiti che non siano disastri, di mutare l’immutabilità di questa direzione. Il destino dell’uomo è la speranza, che è la verità, che è Dio, che è la nostra comunione in Lui, passa, si attua e si concretizza solo nella storia. Da qui la sacra fatalità. il sacro destino del dolore; il dolore di essere limitati per una tensione che mira invece all’illimite; il dolore d’essere nel tempo per una tensione che mira invece al non-tempo. Da qui, ancora, la sacra fatalità, il sacro destino della Via Crucis per ogni uomo; ancorché l’uomo voglia chiamarla diversamente o pensi di potervisi sottrarre. Ma la croce sempre gli è ricaduta, sempre gli ricadrà sulle spalle, quasi che l’amore infinito di Cristo, che la croce assunse per primo, per tutti e per sempre, altro non faccia che indurre l’uomo a riconoscerla, accettarla, abbracciarla e persino amarla, lei, la croce; e nella croce, il sacrificio, il dolore.
La festa di oggi, la luce che è la Pasqua, la folgorazione immensa che è la Resurrezione sono la speranza raggiunta, la speranza esplosa, la speranza che ha incenerito in sè i limiti della storia e, insieme, l’ha riconciliata all’eternità di Dio; quindi l’ha riconciliata con se stessa e con la sua tensione. Per uguali ragioni, la Passione che precede la Resurrezione, il Cristo preso, il Cristo giudicato, offeso, sputato, flagellato, il Cristo tradito, perseguitato, il Cristo umiliato, crocifisso e ucciso, è la prova esperita per noi da Lui, il Dio che per la nostra salvezza ha voluto farsi uomo, è la prova dicevo, dell’impossibilità di scindere l’attuazione della speranza dall’accettazione del dolore.
Senonchè, dopo la Passione di Cristo e dopo la sua Resurrezione, il dolore dell’uomo non è più in dolore cieco, un dolore muto, un dolore demente, folle e disperato; bensì un dolore che conduce l’uomo nel grembo stesso della sua speranza, un dolore che lo conduce a raggiungere il senso primo ed ultimo della sua vita. E’ dunque un dolore santo, un dolore attivo, anche storicamente, anche socialmente; un dolore, ecco, felice. Se è vero, ed è vero, che la felicità dell’uomo risiede nel riposare all’interno della sua verità.
Tutto questo non deve essere solo la storia di ogni vita e, assommando tutte le vite, la storia dell’intera storia, ma deve essere la storia di tutti gli attimi d’ogni vita e d’ogni uomo. Il rapporto dolore-speranza, dolore-resurrezione deve innervare ogni momento della nostra esistenza, perché solo accettando, umili e coscienti, l’attimalità continua di tale rapporto, ogni momento della vita d’ognuno di noi e, nella globalità, ogni momento delle vita del mondo e dell’universo raggiunge il suo significato e il suo valore primi e, in essi, i suoi significato e suoi valori secondi: che secondari però non saranno mai perchè riferiti ai primi e, di essi immagini palpitanti, quotidiane, feriali.
La perennità della Passione di Cristo e della Pasqua sta nell’essere posti, una volta per tutte e una volta per sempre, come ribaltamento del depre d’esistere in speranza attuabile, anni attuata, in Resurrezione. La sua inevitabilità. contro la quale l’uomo, ove tenti di procedere, sempre si schianterà come un cielo relitto, ste nell’aver stabilito un punto irreversibile nel rapporto fra Dio e l’uomo.
Oltre quel punto non esiste altra possibilità se non quella di uniformarsi e ripeterlo. Ma uniformarsi e ripetere la Passione di Cristo e la Resurrezione che, per tutti, n’è conseguita, significa uniformarsi all’amore, all’amore di Cristo, di Dio Padre, dello Spirito, della Trinità; dunque all’amore dell’uomo e per l’uomo che, della Trinità forma il disegno, i palpito, il desiderio, la liberissima fame e la liberissima sete. Fame e sete che, ove l’uomo riesca ad adeguarvisi, diventano fame e sete d’amore, anzi realizzazione d’amore, di verità, di giustizia e di pace anche qui, sulla terra; anche qui, nei nostri giorni limitati eppure stupendamente creativi, perchè assegnatici come dono da Lui che è in assoluto, l’ineffabile facitore di vita, l’ineffabile Creatore.

Giovanni Testori, «Corriere della Sera», 15 aprile 1979