La Grande Bellezza

Marzo 8, 2014
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La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino è stato premiato al Dolby Theatre di Los Angeles come miglior film straniero. Proponiamo la lettura di:
La grande bellezza: la storia ‘vera’ che riguarda tutti noi, Costantino Esposito, Ilsussidiario, lunedi 3 marzo
La grande nostalgia: quando ancora eravamo fedeli al nostro paese, A. D’Avenia, Avvenire, martedì 4 marzo (leggi di seguito..)
Era il 1964 quando 8 e ½ vinse l’Oscar come miglior film straniero. Sono passati cinquant’anni e Paolo Sorrentino, nel ritirare lo stesso premio, ha rievocato il maestro. Nel capolavoro di Fellini il protagonista è Guido, un regista che dovrebbe girare un film, ma finge, la sua arte è in crisi perché è in crisi la sua vita (soffre non a caso di crisi cardiache).
Il girotondo di figure con cui dialoga sono in realtà altrettanti tentativi di salvarsi l’anima e, nella scena più bella di tutto il film, parla con Claudia (Cardinale), che ha la purezza che manca a lui e alle sue amanti e, incantato dalla sua bellezza che genera un rispetto sacro che lo potrebbe rinnovare, le chiede:
«Tu saresti capace di essere fedele ad una cosa, ad una cosa sola e farne la ragione della tua vita? Una cosa che raccolga tutto, che diventi tutto, proprio perché è la tua fedeltà che la fa diventare infinita. Ne saresti capace?»
Lei ribatte: «E tu ne saresti capace?».
«No, questo tipo vuole prendere tutto, arraffare tutto, non sa rinunciare a niente, cambia strada ogni giorno perché ha paura di perdere quella giusta e sta morendo come dissanguato». La sua crisi cardiaca è una crisi di sangue: è uno che arraffa, non sa dare.
«Così finisce il film?», chiede lei.
«No così comincia. Poi incontra la ragazza della fonte: è una di quelle ragazze che danno l’acqua per guarire. È bellissima: giovane e antica. Non c’è dubbio che sia lei la sua salvezza».
Il protagonista intuisce che c’è una bellezza che promette salvezza, una bellezza infinita, che non si può rovinare, ma si rende conto che la via d’accesso gli è preclusa. Ci vorrebbe una fedeltà tale da rendere quell’oggetto d’amore, infinito. Allora lei lo inchioda:
«Un tipo così, che non vuol bene a nessuno, non fa mica tanta pena. In fondo è colpa sua. Che cosa pretende dagli altri? Incontra la ragazza che lo può far rinascere. Ma è lui che la rifiuta».
La crisi è una crisi personale. Egli ammette la sua colpa e cerca l’assoluzione, ma il suo male non desta misericordia. È soltanto un egoista. Guido cerca di difendersi con una verità, ma lei lo costringe a considerare la verità:
«Perché non ci crede più».
«Perché non sa voler bene».
«Perché non è vero che una donna possa cambiare un uomo».
«Perché non sa voler bene».
«E perché soprattutto non mi va di raccontare un’altra storia bugiarda».
«Perché non sa voler bene».

Cinquant’ anni dopo viene premiato un film italiano che racconta la stessa storia. Uno scrittore in crisi di ispirazione che si ingaglioffa nel mondo delle feste romane, dorme di giorno, balla e consuma alcol e amori di notte. E più la noia lo fa suo più si risveglia il ricordo della sua bellissima ragazza “giovane e antica”, la promessa di un amore giovanile, purissimo e sacro, salvifico ma impossibile. La vita è solo una promessa d’amore non mantenuta: non resta che raccogliere tante delusioni quante sono state le illusioni. Tutto è un grande trucco, ripete il malinconico e cinico Jep Gambardella.
Non resta che vivere di nostalgia, il sentimento che resta all’uomo deluso: rievocazione di ricordi di un eden perduto, o di un eden promesso ma non realizzato (che è lo stesso).
La differenza con il Guido di Fellini è che quella crisi da individuale è diventata sociale. È tutta Roma (il decreto Salva Roma è ironicamente all’ordine del giorno), e quindi tutta l’Italia, che vive di una promessa non mantenuta, di una bellezza giovane e antica, che potrebbe salvarla come la ragazza con l’acqua. Ma è solo un’illusione. Tutto cade a pezzi, come i muri del tempio di Venere a Pompei. E perché?
Perché non siamo stati capaci di voler bene a questo Paese e quindi a noi stessi. Ci siamo fatti gli affari nostri, come diceva quel personaggio dei Viceré, facendo il verso a D’Azeglio: «Fatta l’Italia, adesso possiamo farci gli affari nostri». Non ci resta che vivere di nostalgia, o di cinismo. Non abbiamo più le forze per essere fedeli, non sappiamo essere fedeli a noi stessi, ad un amico, ad un amore, figuriamoci ad un Paese intero. Non sappiamo voler bene, non sappiamo più cosa sia il bene comune e tutto si è trasformato in un trucco: chi frega di più è più bravo.
Proprio in questi cinquant’anni la crisi del protagonista felliniano si è profeticamente avverata in quella di Jep, con la differenza che è diventata di sistema. Lo abbiamo voluto dire al mondo intero, cinquant’anni dopo. E il mondo intero ci ha dato l’Oscar alla nostra infedeltà. Abbiamo ammesso il nostro delitto contro la bellezza. Per essere assolti dai propri peccati bisogna confessarli, e noi lo abbiamo fatto. Ma premiandoci non ci hanno assolto, e mentre noi ripetevamo, con Jep, che non volevamo essere bugiardi, che non ci crediamo più, che è tutto un trucco, loro ci hanno risposto: «Non ci fate pena. Non sapete voler bene».
Per essere fedeli a qualcosa tanto da renderla infinita occorre essere fedeli a qualcosa di infinito, non arraffoni e furbi, fedeli ad un bene che ci supera, ad una bellezza che ci trascende. Solo così saremo disposti a batterci, come innamorati, per difendere i nostri amori dall’usura, dal cinismo, dalla morte.


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