La questione

Francesco e il Sultano a Forlì

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Oltre 150 persone hanno riempito la Sala Zambelli in Camera di Commercio, sabato 28 febbraio, in occasione dell’incontro ‘Francesco e il Sultano: la pace disarmata e disarmante’, il primo appuntamento del ciclo ‘Custodire l’umano, costruire la pace: 800 anni dopo S. Francesco’, promosso dal Centro Culturale Don Francesco Ricci insieme al Comune di Forlì.

Presenti anche il vescovo Livio Corazza, il vicesindaco Vincenzo Bongiorno, l’assessore Angelica Sansavini e l’onorevole Rosaria Tassinari. Protagonisti dell’evento sono stati padre Francesco Ielpo, Custode di Terra Santa, e il giornalista Andrea Avveduto, che hanno messo al centro il celebre incontro del 1219 tra San Francesco d’Assisi e il Sultano al-Malik al-Kamil, avvenuto nel pieno della quinta crociata.

In un’epoca in cui la guerra era considerata sacra e il linguaggio religioso infiammava gli animi, l’idea stessa di un incontro tra appartenenti a fronti opposti appariva impensabile. Eppure Francesco – ha ricordato padre Ielpo –attraversa quello spazio di inimicizia, lo attraversa disarmato e per questo disarmante. Non fu un vertice tra leader, ma l’incontro tra «il capo assoluto dell’esercito musulmano e un piccolo uomo, allora ancora sconosciuto – come ha circostanziato padre Ielpo – tanto che al punto di vista politico non cambiò nulla: il conflitto proseguì.

E allora perché è stato un evento chiave? Perché l’incontro con l’altro cambia i cuori. E quando i cuori cambiano, nel tempo può cambiare anche la storia». Non a caso, Francesco non usa mai la parola ‘nemico’, se non riferita al proprio peccato: «Il linguaggio traduce la nostra visione del mondo. Se faccio svanire il volto dell’altro, diventa più facile eliminarlo». Andrea Avveduto ha richiamato un’esperienza concreta: il monastero delle Clarisse di Gerusalemme, sostenuto da benefattori ebrei e musulmani. «La vera rivoluzione non si fa con le pietre, ma con la bellezza – ha affermato – La Terra Santa è patrimonio di tutti». E ha aggiunto: «L’unica cosa che vale davvero è essere amati. Si può vivere in pace ma perdere se stessi, e non conoscere questo sguardo». In un tempo polarizzato, dove ogni domanda sembra esigere uno schieramento, la proposta emersa dall’incontro è stata quella di un lavoro paziente, soprattutto educativo: percorsi capaci di preservare il cuore dei giovani dal virus dell’odio, aiutando a stare dentro il conflitto senza ridurre la realtà a slogan.

Il cambiamento – è stato sottolineato – è possibile solo con un atteggiamento da ‘minore’, non da ‘superiore’: la minorità favorisce l’incontro, la superiorità allontana.

Il ciclo proseguirà nei prossimi mesi (a breve i dettagli), continuando a interrogarsi su che cosa renda possibile la pace: non un progetto astratto, ma un modo nuovo di guardare sé e l’altro.


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