
Dal 15 settembre in libreria il nuovo libro del fondatore di CL, Il centro della vita. Il fatto di Cristo e della sua permanenza (1971-1972), a cura di Davide Prosperi, Edizioni Rizzoli.
La comunità è, innanzitutto, il luogo dell’incontro. Non si può incontrare Cristo veramente, se non attraverso la presenza della comunione o della comunità; pardon, la presenza della comunione, perché la comunità ne è l’esito. Capite che razza di responsabilità abbiamo? La vita ci è data per la missione, siamo stati scelti per questo. La differenza tra me e voi è soltanto di moduli e di flessioni, ma è la stessa missione. Perché tu partecipi del mio sacerdozio come il mio sacerdozio è anima del tuo lavoro, termine di confronto e di riferimento paterno al tuo lavoro, al tuo fare famiglia, eccetera. Pensate, per favore, se la vita è missione e se la missione si opera facendo incontrare Cristo e Cristo lo si incontra nella realtà di una comunione, pensate come è urgente che noi abbiamo a chiedere a Dio che affretti i tempi e non guardi i nostri peccati, ma ci travolga e ci faccia realizzare questi rapporti nuovi dove siamo. «Perché da questo conosceranno»: punto fermo. «Che siano una cosa sola affinché il mondo s’accorga». Pensate, per favore, che cosa vuol dire allora l’accoglienza dei nuovi, la pazienza del cammino insieme a essi, l’attenzione alle direttive di coloro che hanno il compito bruto, veramente, di indicare più chiaramente la strada da percorrere, l’attenzione, dunque, alla correzione dell’impeto che ci viene dato, la sincerità della contrizione, la fedeltà della pietà con Dio e tra noi. Pensate, per favore, a come queste cose sono la vita a cui siamo stati chiamati. E noi avremo importanza nel mondo solo nella misura in cui avverrà questo di noi, e perciò tra noi, e perciò là dove siamo. […]
«Possiamo avere delle idee e opinioni che prendono lo spunto da verità cristiane; ma esse non sono ancora la vita cristiana che salva». Non si è cristiani per quello, tanti filosofi hanno preso lo spunto dalle cose cristiane, perfino Hegel, ma non erano cristiani. «Siamo chiamati ad aderire, a partecipare a una realtà che ci arriva da fuori di noi, la comunità obiettiva». È questo ciò che rende la vita “cristiana”: è la partecipazione a questa realtà, con obbedienza, povertà, verginità (purità). Se queste tre virtù sono diventate il simbolo della vita monacale, è perché sono l’ideale della vita cristiana. Non dimentichiamo anche noi, come mille anni hanno fatto dimenticare, che la vita monastica è sorta per realizzare la possibilità della vita cristiana. In un’epoca barbarica dove tutto diventava impossibile, orrendo, dove era impossibile vivere cristianamente, i monasteri sono nati proprio per rendere possibile la vita cristiana. Duemila anni fa, per rendere possibile la vita cristiana, Cristo ha realizzato la sua “religione” come comunità, e l’obbedienza, la povertà e la purità in essa. Ecco, questa è la vita cristiana. […]
