Milano: “Datacy” e perdita del senso. Comunicare e condividere l’umano
Le utopie politiche, tecnologiche, ecologiste contemporanee, pur diverse tra loro, hanno un punto in comune: la svalutazione e persino il disprezzo per ciò che è umano.
Eliminare gli errori e i difetti umani in una migliore organizzazione tecnologica, economica e sociale è l’obiettivo che, da molte parti, sembra si voglia raggiungere affinché la società funzioni meglio.
Convinzioni e idee da anni presenti nella nostra cultura sembrano arrivate a un punto cruciale: l’essere umano, una sorta di “macchina” vivente, può essere sostituito, messo da parte, addirittura osteggiato, per poter “andare avanti” e migliorare le cose, a partire dalla abolizione delle differenze e del conflitto.
Ciò che un tempo gli esseri umani facevano sembra che ora si possa realizzare con maggior efficienza ed efficacia, perché affidato e svolto dalle nuove tecnologie.
Per il potere, infatti, gli individui contano finché sono produttori o consumatori, tanto che la violenza delle guerre rende la morte di decine di migliaia di uomini, donne e bambini un evento ritenuto inevitabile, al quale occorre rassegnarsi e addirittura abituarsi.
Che ne è, in questo contesto, dell’irriducibilità dell’essere umano “vivente”?
Nelle scienze, nella pratica medica e psichiatrica, in filosofia come nella letteratura la domanda sorge con una evidenza sempre crescente.
Che cosa può dirsi umano? Che cosa caratterizza l’”umano”? Che cosa rende l’uomo oggi “umano”?
A queste domande se ne potrebbero aggiungere altre: che cosa permette all’umano di affermarsi, di “fiorire”? Che cosa “educa” ad essere “umani”? Come tutto ciò è una prospettiva migliore di quelle oggi od un tempo prevalenti? Ed infine perché conviene, anche dal punto di vista economico, sociale, civile, preferirlo?
