La questione

Finanza e bene comune a Como

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Amadeo Peter Giannini, un nome ai più sconosciuto, è stato il protagonista della serata organizzata dal Centro Culturale Paolo VI e dalla CdO di Como in collaborazione con La Comunità Pastorale di Breccia e Prestino tenutasi lo scorso 20 maggio presso il Teatro Cristallo di Breccia dal titolo Finanza e bene comune. Relatori della serata sono stati Francesco Cassese, consulente organizzativo di Miror Consulting, e Marco Castellaneta, Risk Management presso un grande istituto bancario italiano, curatori di una mostra dedicata a Giannini all’ultimo Meeting di Rimini.

I relatori hanno tratteggiato un uomo certamente dotato di doti umane e imprenditoriali non comuni: pur essendosi trovato quasi per caso a lavorare nel settore bancario in seguito alla morte del suocero, costruì nel giro di 40 anni la più grande banca del mondo, la Bank of America, riuscendo a superare eventi drammatici come il terremoto di S. Francisco del 1906 dopo soli due anni dall’apertura, la grande depressione del ’29 e due guerre mondiali. Ciò che tuttavia lo rende speciale, hanno sottolineato, è il movente profondo del suo agire imprenditoriale: il grande desiderio di promuovere il bene comune, desiderio che lo fece essere intensamente attento alla realtà, capace di leggere i bisogni emergenti dalla quotidianità delle persone semplici, dei poveri immigrati come erano stati i suoi genitori. Il primo nome della banca da lui fondata infatti fu Bank of Italy. People’s bank, che lui creò con il preciso intento di sostenere anche attraverso micro-crediti i piccoli lavoratori, ispirandosi al sistema dei Monti di Pietà italiani del Rinascimento da lui studiati, e in opposizione alla pratica attuata nelle banche del suo tempo, che ormai concedevano prestiti solo a chi fosse ricco e perciò in grado di fornire garanzie di restituzione. In netto contrasto con tale abitudine a guidarlo fu quello che venne poi chiamato “metodo Giannini”, tre criteri con cui lui decideva se concedere un prestito. Egli osservava la presenza di calli sulla mano che stringeva, che indicavano la voglia di lavorare, l’avere un progetto di vita, come ad esempio indossare una fede matrimoniale, e avere un’idea imprenditoriale sensata, ragionevole. Questi tre criteri rivelano, secondo Castellaneta, come per lui fosse sempre più importante l’essere umano, che la vita avesse un valore supremo, convinzione probabilmente formatasi a seguito della drammatica perdita del padre. Quando aveva sei anni il padre, imprenditore agricolo, venne ucciso da un dipendente inferocito per una paga non concessa, fatto che ha fornito il titolo “Non si può morire per un dollaro” alla mostra del Meeting. “Era un uomo che ti guardava negli occhi e tirava fuori il meglio di te” è la significativa testimonianza di uno dei suoi collaboratori, che rivela come il suo primo interesse fosse il rapporto franco e aperto con le persone, clienti o collaboratori che fossero, teso appunto alla costruzione di un bene per sé e per tutti attraverso il proprio lavoro, pur con l’obiettivo di produrre anche un profitto. Diceva infatti: “Fare un buon lavoro ti rende una persona felice”. Questa sua postura verso il lavoro – ha continuato il relatore – mi sembra un grande richiamo per noi oggi, che viviamo in un’epoca in cui il profitto è diventato, più o meno consciamente, il solo scopo del nostro agire e si vive il lavoro come una parentesi, cercando la felicità solo nel tempo libero.

Francesco Cassese ha poi rilanciato il discorso definendolo un “pragmatico visionario”: un uomo che appunto ha saputo affrontare i diversi problemi che ha incontrato non come ostacoli paralizzanti, bensì come occasioni, sfide per intravedere nuovi scenari, mappe per intraprendere nuovi percorsi. Un realismo che di fatto è poi stato anche più proficuo nei risultati ottenuti. Ad esempio nacque dall’esigenza di raggiungere quanti più piccoli imprenditori possibili, per poter fare loro credito, l’intuizione del sistema delle filiali, allora non permesse dalla legislazione bancaria americana, che renderanno in seguito ramificata sul territorio e perciò molto forte la sua banca. Questo suo approccio – ha continuato Cassese – mi ha insegnato che, contrariamente a quanto si pensa, il vero cambiamento nasce dal basso, dallo stare attenti alle esigenze emergenti nel concreto, per potervi rispondere e in tal modo produrre un reale miglioramento. Il secondo insegnamento che mi ha dato Giannini è che la fiducia non è solo un gesto di bontà, ma genera valore, produttività, anche economica. Certo oggi le sfide sono diverse, ma la domanda che da esse sorge è la stessa: “E io chi sono? Che senso ha la mia vita? Che valore ha l’essere umano?” Con la sua capacità di stare davanti ai diversi drammi e fatiche della sua vita, Giannini mi ha ricordato che possiamo vivere il rischio come un fatto che ci blocca o un’occasione da abbracciare, e che perciò tutta la vita è un insieme di belle sfide da affrontare per costruire il bene di tutti.

Centro culturale di Como


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