
Visto il tema dell’ Enciclica di Papa Leone XIV , non ho resistito alla tentazione di chiederne il giudizio ad un sistema di intelligenza artificiale. Ho registrato tante sorprendenti giudizi che qui sarebbe lungo riproporre ed analizzare. La più sorprendente è questa: “presume che modificare l’essere umano sia necessariamente alienante. L’enciclica parla continuamente di umanità, bene comune, dignità, coscienza e questo dà al documento grande forza simbolica, ma anche una certa vaghezza”. Mi chiedo se questo giudizio non dimostri proprio quello che l’Enciclica drammaticamente cerca di descrivere. Ad una lettura seria e profonda, Magnifica humanitas appare come una lettera straordinaria e, allo stesso tempo, di un realismo drammatico. Essa offre una visione lucidissima di ciò che già accade nel mondo della tecnologia avanzata, nei rapporti umani, nella vita democratica e sociale del nostro tempo. In essa vi è una grande ripresa della dottrina sociale della Chiesa, la cui centralità molti avevano intuito fin dall’inizio del pontificato nel “qui sibi nomen imposuit Leo XIV “ già segno evidente della continuità con la tradizione. Infatti secondo Papa Leone la dottrina sociale della Chiesa “diventa una teologia della comunione nella storia; un luogo in cui la Parola, divenuta carne, continua a farsi dialogo, memoria e profezia. Come bene sottolinea il sottotitolo dell’enciclica: “La custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”, non si tratta di un testo rivolto soltanto a chi detiene il potere economico o tecnologico, ma a ciascuno di noi, chiamato a una responsabilità personale. La Chiesa sente infatti come propria la responsabilità di custodire la verità e l’umanità di ogni persona. Ed è proprio qui il cuore del testo: l’umanità resta “magnifica” non perché riesca a eliminare il limite e la fragilità, ma perché riconosce la propria dipendenza dal Creatore. Scrive infatti Leone XIV “ edificare nel bene significa accettare limiti e fragilità che non sono quindi errori da correggere”, ma dimensioni costitutive dell’esistenza umana e anche il bene comune nasce da questa relazione originaria. Per questo l’enciclica non si limita a chiedere una “moralizzazione della macchina”. Essa mette radicalmente in discussione la visione del mondo propria del trans-umanesimo e del post-umanesimo. Il problema decisivo non è quindi rendere etica la tecnologia, ma restare uomini. In questo senso tornano attuali anche le parole di Robert Louis Stevenson, il grande autore de L’isola del tesoro: “Cristo non volle mai sentire parlare di morale al negativo: fa diceva sostituendolo a” non fare”. Circola tra i moralisti l’idea che si debba rendere buono il prossimo. Una sola persona devo rendere buona: me stesso. Questa enciclica ci richiama a una visione integrale della realtà e rappresenta uno strumento formidabile per restare autenticamente umani nell’epoca del transumanesimo e del postumanesimo. La vera sfida non è la perfezione della macchina, ma la custodia dell’uomo secondo una prospettiva che già profeticamente richiamava Romano Guardini, citato dall’Enciclica, per il quale “Il senso centrale di questa epoca sarà il dovere di ordinare il potere in modo che l’uomo, facendone uso, possa rimanere uomo”.
Augusto Pessina (Centro culturale Talamoni di Monza)
