La questione

Magnifica humanitas: la vita donata per un compito

28 Luglio 2026
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A lungo la vita umana è stata concepita e vissuta come un dono e un compito: donata, da Dio, per un compito.

Oggi non sembra più essere così. Ci sentiamo padroni assoluti del nostro destino accettando come unico limite l’analogo diritto riconosciuto ad altri (non a tutti) mentre la parola compito disturba, dà fastidio, evoca un arcaico moralismo o un’indebita ingerenza sulla nostra libertà assoluta.

Nella Magnifica humanitas Papa Leone XIV rilancia invece la duplice prospettiva: la vita ci è donata per un compito. Nell’enciclica le due parole, dono e compito, ricorrono frequentemente. Per esempio, proprio nell’introduzione, si legge: “Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo”.

L’obiettivo di queste pagine è tentare di cogliere, almeno in parte, il significato del compito che ci attende.

Lo scritto è articolato in tre brevi paragrafi. Nel primo presento l’architettura dell’enciclica nella convinzione che nessuno, tanto meno chi scrive, può restituire la ricchezza del testo, che invito dunque a leggere direttamente e interamente. Nel secondo mi soffermo sulla natura e i principi fondamentali della dottrina sociale della Chiesa che, secondo il Pontefice, consentono di leggere le cose nuove del nostro tempo. Infine, nell’ultimo paragrafo provo a cogliere le cose nuove che richiedono un compito comune.

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L’enciclica, il cui titolo completo è Magnifica humanitas. Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale, è stata promulgata in San Pietro da Papa Leone XIV il 15 maggio 2026, nel secondo anno del suo pontificato e in occasione del 135mo anniversario della Rerum novarum.

L’enciclica si compone di cinque capitoli, preceduti da un’Introduzione e seguiti da una Conclusione, e si articola in 245 punti.

Nell’Introduzione (punti 1-16) il Papa utilizza due icone bibliche per offrire la chiave di lettura del testo: la torre di Babele, descritta nel libro della Genesi, e le mura di Gerusalemme, citate nel libro di Neemia. La prima rappresenta l’uomo senza Dio, che vuole farsi Dio per affermare se stesso. La seconda, la città ricostruita insieme a Dio che rende possibile una convivenza pacifica tra gli uomini. La scelta decisiva, dice il Papa, non è tra accettare o respingere la tecnologia, inclusa l’intelligenza artificiale (IA), ma tra erigere una nuova torre di Babele o ricostruire insieme le mura distrutte di Gerusalemme. Scrive, proprio nell’incipit: “La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme” (1). E poco più avanti: “Per questo la prima scelta non è tra un “sì” o un “no” alla tecnologia, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme: tra un potere che pretende di dominare il cielo e un popolo che, alla presenza di Dio, si mette a lavorare unito per rialzare le mura della convivenza fraterna” (9).

Il primo capitolo si intitola “Un pensiero dinamico fedele al vangelo” (17-45), descrive lo sviluppo storico della dottrina sociale della Chiesa, dalla Rerum novarum del 1891 alla Fratelli tutti del 2020, e mostra come al centro della riflessione della Chiesa permanga un unico proposito: difendere e promuovere l’infinita dignità di ogni persona umana, immagine di Dio, dal tempo di Leone XIII caratterizzato dal conflitto tra capitalisti e lavoratori agli anni di Papa Francesco segnati dall’incipiente disordine mondiale.

Il secondo capitolo spiega “Fondamenti e principi della dottrina sociale della Chiesa” (46-89): bene comune, destinazione universale dei beni, sussidiarietà e solidarietà, giustizia sociale.

Il terzo capitolo, “Tecnica e dominio. La grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’IA” (90-130) colloca la sfida tecnologica nel più ampio e sfidante contesto del transumanesimo e postumanesimo.

Il quarto capitolo, “Custodire l’umano nella trasformazione. Verità, lavoro, libertà” (131-181) indica come sia possibile, alla luce dei principi della dottrina sociale della Chiesa, affrontare la trasformazione digitale.

Il quinto capitolo, “La cultura della potenza e la civiltà dell’amore” (181-228), allarga lo sguardo al contesto mondiale mostrando come la stessa brama di potere che spinge ad oltrepassare le colonne d’Ercole del limite umano alimenti il conflitto tra risorgenti e contrapposti imperialismi. L’alternativa radicale è sempre tra Babele e Gerusalemme.

Nella Conclusione (229-245) Papa Leone torna a indicare in Neemia il compagno di viaggio a cui ispirarsi e a seguire il suo suggerimento di ricostruire Gerusalemme affidando a ciascuno il compito di restaurare un tratto di mura distrutte.

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Perché la Chiesa si occupa di questioni economiche e politiche? E cos’è la sua dottrina sociale? Papa Leone, in continuità con la tradizione ereditata, risponde che è una forma di sapienza che discende, come un dono, dall’amore ricevuto. Chi si accorge di essere amato da Dio tende ad amare gli altri, tendenzialmente tutti, fino ad impegnarsi per costruire un ordine sociale che difenda e promuova la dignità di ciascuno. La dottrina sociale della Chiesa nasce dall’incontro tra la verità del vangelo, le mutevoli sfide della storia e il multiforme contributo delle scienze e delle esperienze umane. Non è un prontuario di ricette pronte per l’uso e neppure, in senso stretto, una dottrina dogmatica. È invece un corpus vivo di principi e criteri, che nasce da una Chiesa immersa nella storia che si trova ad affrontare sfide sempre nuove, e che può orientare le scelte umane, private e pubbliche. Scrive il Pontefice: “La Dottrina sociale della Chiesa è una realtà viva, in dialogo con la storia, le culture e le scienze, e nello stesso tempo custodisce un nucleo di verità che non tramonta. Per questo può essere considerata una forma di sapienza capace di orientare ancora oggi la vita personale e sociale dei credenti” (46).

Il principio cardine della dottrina sociale, intorno a cui ruotano gli altri, è il bene comune inteso come l’insieme delle condizioni esterne che permettono a persone e gruppi di raggiungere il loro compimento: si potrebbe anche dire la loro felicità. La condizione fondamentale è riconoscere che il bene proprio è sempre in relazione a quello di altri. In una famiglia, il bene del padre o della madre è sempre in relazione a quello dei figli. In un’azienda il bene dei datori di lavoro dipende da quello dei lavoratori (e viceversa), e anche il benessere dei lavoratori, come suggerisce l’esperienza comune, risente del clima, collaborativo o conflittuale, che si respira in azienda. Lo stesso accade a livello internazionale per cui, nel lungo periodo, lo sviluppo di un Paese è interdipendente da quello di altri. Il bene proprio è cioè sempre connesso a quello di altri. In questo senso è un bene comune. Per l’enciclica si tratta di un riflesso della natura umana: “Al centro della visione cristiana dell’essere umano sta la grande affermazione secondo cui uomo e donna sono creati a immagine e somiglianza del Dio trinitario (cfr Gen 1,26-27). Costitutivamente fatta per la relazione, ogni persona è pensata e voluta da Dio per entrare in una storia di comunione con Lui, con gli altri e con il creato” (50).

Ne deriva che il bene comune non è la somma dei beni individuali e non può essere conseguito affidandosi esclusivamente alla mano invisibile del mercato. Richiede invece il deliberato e visibile concorso della politica e cioè degli Stati nazionali e delle istituzioni internazionali a cui l’enciclica affida, anche in questo caso in linea con la tradizione, il delicato compito di armonizzare con giustizia i diversi interessi in gioco. Scrive Papa Leone: “Allo Stato spetta il compito di garantire coesione, unità e una giusta organizzazione della società civile, così che il bene comune possa essere realmente perseguito con il contributo di tutti. Questo significa, in concreto, che il potere pubblico ha il compito delicato di «armonizzare con giustizia» i diversi interessi in gioco, cercando un equilibrio tra beni particolari e bene di insieme, senza lasciare indietro i più deboli. Quando la politica rinuncia a una visione di lungo periodo e si riduce a calcoli di breve termine o a sterili polarizzazioni, i discorsi sul bene comune perdono credibilità, e al tempo stesso crescono disuguaglianze e fratture sociali” (63). E ancora: “A maggior ragione, nell’epoca dell’IA e della robotica non è più possibile affidarsi alla sola “mano invisibile” del mercato: la politica ha il compito di orientare le dinamiche economico-tecnologiche verso il bene comune, promuovendo lavoro dignitoso, inclusione sociale e un’equa distribuzione dei benefici dell’innovazione. Poiché molte decisioni economiche superano i confini degli Stati, è necessaria anche una cooperazione internazionale capace di definire strategie comuni, soprattutto a favore dei Paesi e dei gruppi più vulnerabili, per promuovere lo sviluppo e superare l’assistenzialismo. La logica che ispira queste scelte è quella dell’immensa dignità di ogni persona, del bene comune e di un mondo davvero pensato per tutti” (163).

Ne deriva anche che il bene comune, in quanto “forma sociale della dignità riconosciuta a ciascuno”, è un valore non negoziabile, al pari della vita del nascituro. Papa Leone si richiama esplicitamente a Benedetto XVI e sollecita i cristiani ad uscire dal piccolo mondo dei propri interessi e ad impegnarsi per il bene comune. Scrive: “Quando Benedetto XVI ha fatto riferimento ai valori non negoziabili che la Chiesa deve sempre difendere, ha incluso tra questi «la promozione del bene comune». Per un cristiano, infatti, uscire dal piccolo mondo dei propri interessi e impegnarsi, nei limiti delle proprie possibilità, per il bene comune è un valore non negoziabile, come lo è la promozione della vita” (59).

Gli altri principi sono correlati al primo. Il secondo è la destinazione universale dei beni: la Chiesa riconosce e legittima il diritto alla proprietà privata a patto che svolga anche una funzione sociale ovvero che il bene proprio sia in relazione a quello di altri. Il terzo principio è la sussidiarietà che raccomanda alle istituzioni superiori di non fare ciò che autonomamente possono fare quelle inferiori e anzi di favorire il loro sviluppo. Il quarto è la solidarietà che sempre deve sussistere tra le varie comunità che compongono la società civile, interna e internazionale. Sussidiarietà e solidarietà sono congiunte al punto che la prima senza la seconda scade nella difesa di interessi corporativi e la seconda senza la prima in puro assistenzialismo pubblico. L’ultimo principio è la giustizia sociale che si sostanzia nella creazione di un ordine, interno e internazionale, che permetta a tutti, e in particolare ai più fragili, di vivere in modo umano. A tal fine, un decisivo banco di prova è costituito dalla condizione dei migranti a cui dovrebbe essere fattivamente riconosciuto sia il diritto di continuare a vivere nella loro terra sia di essere accolti con dignità nei Paesi in cui sono costretti a spostarsi.

I principi della dottrina sociale cattolica possono concorrere a concepire una corretta idea di “sviluppo umano integrale” (82-85) e si applicano anche alla vita della Chiesa (86-89).

In breve, la dottrina sociale della Chiesa aggiornata da Papa Leone sembra muoversi lungo questa direttrice: chi si accorge di essere amato, ama, il nascituro come il migrante, e si impegna per costruire un ordine sociale rispettoso della dignità di ciascuno.

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Le cose nuove che i principi della dottrina sociale della Chiesa permettono di vedere ruotano intorno alla drammatica alternativa tra Babele e Gerusalemme, tra brama di potere (individuale e collettivo) e desiderio d’amore (personale e comunitario). L’enciclica indica il criterio con cui scegliere.

L’IA è solo un aspetto di un più generale fenomeno che mira a potenziare l’essere umano attraverso la tecnologia o a ibridarlo con macchine e ambiente per entrare in una nuova e sconosciuta dimensione. Il primo fenomeno prende il nome di transumanesimo, il secondo di postumanesimo. Scrive il Papa: “In generale, il transumanesimo immagina un potenziamento dell’essere umano attraverso le tecnologie (biomedicina, ingegneria del corpo, dispositivi, algoritmi), con l’aspirazione a incrementare prestazioni e capacità. Il postumanesimo, soprattutto nelle sue versioni più radicali, si spinge oltre: critica l’antropocentrismo e prospetta una forma di ibridazione tra essere umano, macchina e ambiente, fino a immaginare un passaggio di soglia in cui l’umanità supererà se stessa entrando in un nuovo stadio evolutivo” (116).

La stessa dinamica si presenta a livello planetario con il ritorno a imperialismi in guerra che aspirano a conquistare e sottomettere popoli e territori e, accanto ad essi, persone e comunità che desiderano una pacifica convivenza: “Se guardiamo alle dinamiche mondiali, riconosciamo sempre più chiaramente l’espandersi di una cultura della potenza, fatta di polarizzazioni e violenze. La moderna Babele non è soltanto il paradigma tecnocratico globalizzato, ma anche lo scontro a distanza tra imperialismi contrapposti, tra potenze che vogliono conservare il proprio primato e potenze che aspirano a conquistarlo, con una molteplicità di conflitti locali. È, inoltre, la corsa a sviluppare tecnologie sempre più potenti, o ad assicurarsene il controllo, secondo una dinamica disumanizzante che sembra non conoscere limiti” (185). E tuttavia, aggiunge, “accanto a questa deriva, intravediamo gran parte dell’umanità che cerca di rimanere umana e di adoperarsi per costruire la città della convivenza e della pace. Di essa noi tutti siamo spesso artefici inconsapevoli e architetti disuniti, capaci di slanci generosi ma privi di una visione d’insieme: è una costruzione più lenta, meno visibile e meno eclatante, che attende di essere meglio compresa e più coordinata, per diventare così l’impegno consapevole e articolato di ogni comunità, dalla famiglia al governo degli Stati e alle loro relazioni” (185). Un cantiere di speranza che il Papa chiama “civiltà dell’amore”.

Il criterio dirimente con cui scegliere tra Babele e Gerusalemme, tra potere e amore, è il bene proprio e degli altri, è il bene proprio in relazione a quello degli altri: è cioè il bene comune. Se, e nella misura in cui, l’IA rende la vita umana più degna allora va accolta, se invece la rende più disumana va limitata e regolamentata: “la vera alternativa non è tra entusiasmo e paura, ma tra due modi di costruire: un progresso che serve la persona e i popoli, oppure un progresso che li piega a logiche di potere” (129). La domanda decisiva, scrive Papa Leone, resta quella indicata da San Giovanni Paolo II: “l’IA «rende la vita umana sulla terra, in ogni suo aspetto, “più umana”? La rende più “degna dell’uomo”?». Se la risposta è “sì”, allora possiamo riconoscervi una possibilità buona da abitare con responsabilità, in un cammino di ricostruzione paziente e condivisa, sul modello della rinascita di Gerusalemme narrata nel libro di Neemia. Se invece la potenza cresce mentre il cuore si inaridisce e i legami si spezzano, allora siamo davanti a una nuova forma di Babele: una costruzione grandiosa, ma disumana” (129).

Analogamente, è la civiltà dell’amore, e non il ritorno ai dominanti imperialismi, la vera risposta alle attese del cuore. Si tratta di trasformare la carità privata, l’amore che sperimentiamo nelle relazioni amicali e familiari, in amore sociale e cioè in istituzioni che promuovano la dignità di ogni essere umano. È questo il realismo autentico che, tenendo conto di tutti i fattori in gioco, compresa la tentazione del potere, mira a trasformare il mondo: “la civiltà dell’amore non è un’utopia ingenua, ma un progetto esigente. Essa consiste nel tradurre la carità in strutture di giustizia, nel dare corpo istituzionale alla fraternità e nel considerare l’altro – sia esso persona o popolo – come un alleato necessario per la costruzione del bene comune. Come ci ha ricordato l’Enciclica Fratelli tutti, solo questo amore sociale, capace di farsi cultura e norma, può generare un ordine internazionale stabile, trasformando la convivenza da semplice coesistenza armata a comunità di destino” (186). E ancora: “Il realismo autentico non rinuncia a cambiare il mondo: comincia dal vedere con chiarezza interessi, paure, vincoli e rapporti di forza, proprio per calcolare che cosa sia possibile ottenere e con quali passaggi. Non riduce la politica alla moralità, ma neppure la consegna alla violenza: cerca vie praticabili perché la pace sia più di una parola, cioè istituzioni credibili, garanzie verificabili, negoziati pazienti, prevenzione dei conflitti e tutela dei civili” (218).

In breve, le cose nuove del nostro tempo, che i principi della dottrina sociale consentono di scorgere, ruotano intorno all’alternativa tra Babele e Gerusalemme, potere e amore. Il criterio con cui scegliere è il vero proprio bene che è sempre in relazione a quello di altri.

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Qual è dunque, in conclusione, il compito che ci attende? Essere costruttori di comunione, laddove siamo, nel piccolo mondo in cui viviamo, intessuto di relazioni familiari, amicali e professionali ma aperti e protesi verso il grande mondo abitato da donne e uomini desiderosi di vivere con dignità: “Questa è la benedizione che imploriamo da Dio e il compito che ci attende: essere costruttori di comunione, non architetti di Babele; servi del Regno che viene, non padroni di torri destinate a crollare” (16).

È un compito che riguarda tutti, nessuno escluso, nelle forme per ciascuno possibili: “In questo punto, però, si insinua una tentazione sottile: pensare che i problemi siano troppo grandi e noi troppo piccoli, e che dunque le nostre scelte non spostino nulla. È una forma elegante di resa, spesso mascherata da realismo. Certo, non tutti hanno lo stesso potere di incidere sulla realtà: c’è chi governa, chi decide investimenti, chi guida istituzioni, chi fa ricerca, chi educa, chi informa, chi produce; e c’è chi sembra avere soltanto la propria vita quotidiana. Eppure, nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì – non altrove – è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura)” (212).

Come Neemia siamo chiamati ad essere non spettatori rassegnati di estese rovine ma artefici di una comune opera di ricostruzione. In Neemia, conclude il Papa, “riconosco una parabola luminosa della nostra vocazione ad essere, nel tempo della trasformazione digitale, non spettatori rassegnati di fratture sociali e culturali, non semplici commentatori delle rovine, ma donne e uomini che entrano nei cantieri della storia – laboratori di ricerca, imprese tecnologiche, scuole, media, istituzioni, comunità locali – per rialzare ciò che è crollato e proteggere ciò che è esposto” (241).

di Antonio Magliulo, Professore ordinario di Storia del pensiero economico presso il Dipartimento di Scienze per l’Economia e l’Impresa dell’Università degli Studi di Firenze.


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