Milano: The Help
Il Circolino ha organizzato la proiezione del film “The Help” di Tate Taylor (2012), il vento della libertà inizia a soffiare.
Le protagoniste di quest’opera al femminile sono mosse ciascuna da un desiderio specifico: la rivendicazione della propria dignità, l’aspirazione a essere riconosciute e rispettate nell’ipocrita buona società del tempo, il successo personale come scrittrice (è questo il caso della protagonista Steecker, alias Kathryn Stockett, l’autrice del fortunato omonimo best sellers del 2009 da cui è stato tratto il film), la difesa d’ufficio di un sistema iniquo e ormai superato (forse) dalla Storia, il più banale capriccioso e squallido egoismo, fino alla semplice necessità di avere un lavoro per mantenere la propria famiglia.
Ma c’è una inevitabile grande linea di separazione che divide queste indimenticabili figure di donne ed è la linea definita dal colore della loro pelle: da una parte, compatte nelle loro richieste fondamentali di giustizia e di dignità, le domestiche di colore, dall’altra, molto diverse per temperamento e molto divise sulla risposta a questa legittima richiesta, le (ricche) donne bianche, le “bambine che fanno bambini”, comunque accumunate dagli stessi antichi privilegi, mai cancellati (e forse neppure oggi) dalle leggi segregazioniste degli Stati del Sud.
A differenza di altri non meno celebri film e romanzi su questo tema, in questo racconto la violenza fisica subita dai neri è solo accennata, come filtrata dallo sguardo e dai dialoghi quasi esclusivamente femminili e quindi lontani dagli eccessi e dai delitti commessi invece da molti uomini.
Imperversa tuttavia nel film una diffusa violenza morale, non meno nauseante, che ugualmente indigna lo spettatore, soprattutto per la sua quasi totale condivisione da parte dell’ottuso ambiente circostante, impegnato a raccogliere fondi per i non meglio identificati bambini africani, dimenticando senza alcun imbarazzo quelli di casa propria.
Sarà proprio Skeeter a rompere questo muro di omertà e di ingiustizia e lo farà nel modo meno violento, ma più efficace e inesorabile, mettendo alla berlina, anche con intelligente umorismo, i comportamenti odiosi e ipocriti delle sue “amiche”, mediante la sua penna graffiante e attenta.
Il suo sguardo acuto e appassionato nasce dall’aver assistito personalmente alle contraddizioni di quella società, lei, nata nel 1969 nel profondo Sud proprio a Jackson, Mississipi, e amica d’infanzia del regista, che quindi ha condiviso e vissuto la stessa imbarazzante esperienza di trovarsi loro malgrado dalla parte sbagliata della Storia.
Ma Skeeter non sarebbe riuscita nel suo obiettivo di smuovere le coscienze addormentate e colpevoli dei suoi concittadini, se non avesse avuto dalla sua parte l’umanità e la determinazione di Aibileen e progressivamente anche delle altre domestiche, che, vincendo la comprensibile paura di perdere il lavoro, hanno il coraggio di denunciare con scaltrezza e decisione tutte le ingiustizie subite.
Da dove nasce questo coraggio e questo anelito di giustizia e libertà, espresso in modo assolutamente non violento, solo dalla denuncia delle parole scritte?
Torna alla memoria la testimonianza simile di altri celebri protagonisti dell’epoca e su tutti quella di Martin Luther King. E non a caso anche in questo film, e più ancora nel racconto, è presente un’evidente cultura della non violenza, ben espressa dalla figura del pastore della chiesa battista locale e soprattutto dalle parole e dall’atteggiamento, privo di rancore, delle protagoniste nere Aibileen e Minnie.
